L’Orchestra Casadei

ANNI ’20

Complessino estivo di cui fa parte Secondo Casadei,1927 Stabilimento Norge (Bellaria)
Complessino estivo di cui fa parte Secondo Casadei,1927 Stabilimento Norge (Bellaria)

Il M° Secondo Casadei dopo aver militato per quattro anni nell’orchestra di Emilio Brighi, figlio ed erede musicale del mitico Carlo Brighi (in arte Zaclèn) e aver già scritto il suo primo brano dal titolo Cucù, decide di realizzare il suo più grande sogno! Leggi tutto “L’Orchestra Casadei”

Carlo Brighi detto “Zaclén”

Carlo Brighi, considerato il capostipite del liscio come lo conosciamo oggi, nacque da famiglia contadina il 14 ottobre 1853 a Fiumicino, una frazione del comune di Savignano sul Rubicone. Il padre – anch’egli, pare, suonatore di violino – gli fece impartire i primi rudimenti musicali da qualche maestro locale. Carlo Brighi era chiamato col nomignolo di Zaclèn. 

Carlo Brighi detto "Zaclen"
Carlo Brighi detto “Zaclen”

L’origine del soprannome sembra esser derivato dalla sua grande passione per la caccia alle anatre, zàqual in dialetto romagnolo, da cui Zaclèn, anatroccolo.

Della sua biografia non ci resta – sotto il profilo documentario – quasi nulla, se non notizie essenziali che riguardano la sua famiglia, i suoi frequenti spostamenti (seppur in un ristretto pezzo di Romagna), la sua formazione, in parte autodidatta, di musicista colto, la sua netta propensione politica (di cui è testimonianza l’amicizia con Andrea Costa), la sua altrettanto decisa inclinazione a dare impulso e popolarità alla musica da ballo. Ci rimangono di lui due ritratti sbiaditi che non valgono però la descrizione fisica che ne fa il suo estimatore Aldo Spallicci nell’articolo a lui dedicato nel 1912 sulla rivista “Il Plaustro”. Il brano racchiude non poche chiavi di lettura non solo di quanto Brighi fosse amato, idolatrato persino, come poteva esserlo un leader politico o un capo carismatico del tempo, ma di quanto fosse diventato un emblema dei romagnoli “travolti dal ballo” e travolti insieme dal trasporto per la musica e per la politica, i cui circoli disseminati ovunque si contendevano Zaclèn come un marchio di qualità. Spallicci lo cita nelle sue poesie in cui il dialetto incalza e illumina la forza delle immagini, come la melodia ardente, e nostalgica insieme, dei suoi valzer. Lo scrittore e giornalista cervese Rino Alessi lo ricorda nei suoi romanzi di ambiente romagnolo. In Calda era la terra si racconta della casata dei Balach “posseduti dal demone della danza”, il cui vecchio, e Gagg, praticava tutti gli stili del valzer, aveva chiamato le figlie Tersicore e Euterpe, aveva iniziato i maschi alla militanza politica e alla musica da ballo, di cui conoscevano tutte le orchestre, tra le quali la più famosa rimase per molto tempo quella di Zaclèn: “Due violini primi, un violino secondo, una chitarra, un contrabbasso e un clarinetto gorgheggiante a orecchio come un usignolo. Zaclèn, con i suoi valzer travolgenti faceva impazzire i ballerini. L’orchestra suonava senza musica. Il clarino inventava il controcanto con una fantasia inesauribile. Il contrabbasso batteva il tempo sulla corda con il fragore di una cannonata. Si portava dietro una misteriosa cassetta sulla quale poggiava il puntale dello strumento per rinforzare il suono” (Il Ponte Vecchio, 2000, p. 179). Ne parla ancora ne La coltellata e altri racconti (“Intermezzo musicale”) a proposito della moda dei concertini che “andavano in giro per le campagne a rallegrare i circoli politici repubblicani o socialisti” (Il Ponte Vecchio, 2001, p. 63), che tenevano ad assicurarsi le più ricercate, come “quella “de Zaclèn” un violinista incoltissimo che possedeva il ritmo della danza per istinto. Ballare il valzer “cun e Zaclèn” avendo tra le braccia una “bela mora / ch’ la passa e bosch e la ne scrola” era un modo infallibile di arrivare ai vertici dell’ebbrezza” (p. 66).

La grande rinomanza di Carlo Brighi aveva finito persino per identificarlo, per ignoranza o per empatia, con un interprete popolare, lui che aveva suonato con le migliori orchestre teatrali del tempo. Una figura leggendaria, nella immediatezza della sua popolarità, della reiterazione e ritualità dei gesti, cari alle consuetudini dei ceti popolari: la fisionomia bonaria, i capelli unti e lucidi di piuppein, un antenato della brillantina, l’invocazione corale dei ballerini taca Zaclèn, i tre colpi di tacco come iniziazione al ballo, lo sbracciarsi sulla scena senza risparmio.

Anche tenendo conto di situazioni congiunturali che abbiano favorito la sua vocazione per la popolarità del ballo, gli anni del debutto e della affermazione di Brighi coincidevano con lo sviluppo del turismo balneare (seppure di matrice ancora aristocratica e borghese), con il proselitismo politico nelle campagne, con la crescita di un associazionismo politico erede di una tradizione di sodalizi ricreativi in cui si erano camuffati inclinazioni e intenti politici nel periodo repressivo della Restaurazione. La diffusione e l’affermazione del ballo di coppia in Romagna hanno profonde implicazioni politiche. Perché protagonisti e interpreti ne sono stati i ceti popolari, quelli che muovevano dalle campagne verso i centri urbani e il litorale dove sorgevano -rispettivamente- i circoli, le piscaze, i saloni e i villini, le pagode, le piattaforme e dove si ballava e si ballava, mescolando attitudini e abitudini popolari e borghesi, mutuate da quelle élites che ne avevano introdotte le mode per poi abbandonarle con l’incalzare delle nuove tendenze. Dal litorale e dalle cittadine dell’entroterra il ballo di coppia raggiunge le campagne e comincia ad imperversare nelle feste patronali, nelle occasioni festive, entrando in concorrenza con le parrocchie, deviando e mutando le pratiche rituali a favore della nuova, invasiva, inebriante passione.

Lo raccontano articoli della stampa periodica dell’epoca, pagine e bozzetti di scrittori romagnoli che, pur filtrati dalla estemporaneità e dalla fantasia, sono quelli che in molti casi più restituiscono la percezione e la dimensione di una consuetudine radicata e dilagante eppure sfuggente nel suo spessore antropologico e psicologico, perché legata a situazioni non documentate né documentabili, ai sentimenti e alle emozioni di individui e di collettività. L’altra ragione che consacra il ballo di coppia come un fenomeno di eccellenza è strettamente legata al particolare protagonismo politico e associativo della Romagna di quel periodo e alla proliferazione di circoli repubblicani e socialisti in continua competizione tra di loro anche nella organizzazione dei rispettivi momenti ludici, che erano tanti e ricorrenti al punto da suscitare preoccupazioni e moniti da parte dei dirigenti. Ma la Romagna non demordeva. Tutti i circoli ricreativi, di matrice laica e religiosa, avevano assunto un colore politico, in tutti i cambaroun delle campagne, nelle piscaze cittadine, nelle osterie, nelle sedi di associazioni e di partiti, nei teatri, si moltiplicavano le occasioni di veglie e veglioni, di pomeriggi festivi all’insegna del ballo.

Paradossalmente, ma forse neanche troppo, Carlo Brighi, che era stato compagno fraterno di Andrea Costa, esponente del partito socialista rivoluzionario in Romagna, che aveva subito denunce e segnalazioni in quanto elemento capace di esercitare influenza nelle file del suo partito, presenza immancabile nei circoli associativi e nei rituali della sinistra, viene celebrato, a dieci anni dalla morte, nel 1926, nella sede del sindacato fascista di Pievequinta, località di sua abituale frequentazione, nota per adunanze e manifestazioni ‘sovversive’. Durante una festa danzante e commemorativa con orazione di Aldo Spallicci, cinquanta musicisti portano il loro tributo a Zaclèn: musicisti e componenti di orchestre da ballo dell’epoca. Solo per fare qualche nome, Giulio Faini, Romolo Zanzi, Emilio Brighi, Ubaldo Fusconi, Andrea Legni, Secondo Casadei, Arturo Fracassi, Leandro Cicognani, Bruto Gentili, Guido Rossi, Secondo Zanzani, Duilio Comandini. Nel manifesto stampato per la ricorrenza il Comitato promotore esprime un sentimento d’ affetto al “tipico uomo di razza”, all’ “anima nobile e squisita di artista”, che dopo aver peregrinato per i teatri d’Italia con orchestre di eccellenza “preferì la gente semplice delle nostre ubertose campagne”, pronta ad accorrere da ogni parte della Romagna per rendere omaggio a “questa geniale e caratteristica figura di romagnolo scomparso, che godette nella nostra regione di una popolarità veramente singolare”.

Probabilmente ai tempi di Zaclèn , nel clima acceso di novità e di passione politica, le scelte di vita erano guidate e determinate dalla coerenza ideale, unitamente a quel pizzico di avventatezza e di impulsività che sta nel DNA del sangue romagnolo. Brighi, modesto e proletario di nascita, segue la vocazione musicale per passione e con sacrificio, costruendosi una propria professionalità, pur avendo la possibilità di esibirsi in orchestre affermate. Poteva accontentarsi di eseguire le celebri arie degli Strauss, allora in gran voga: decide invece di farne una “versione popolare e romagnola”, perché la musica di Strauss era nata comunque alla corte e nella realtà urbana e raffinata di Vienna ed oltre ad essere ‘straniera’ non si sarebbe adattata alle abitudini e ai gusti coreutico-musicali della Romagna. E qui sta la chiave di volta, il mistero, la suggestione di quel clarino in do complice della provocazione di una frenesia non mitica e ancestrale come quella indotta dal morso della taranta, ma una sorta di rapimento ebbro ed estatico che diviene in Romagna un vero e proprio ‘demone della danza’, scaturito dalla commistione e dal sincretismo tra l’esterofilo, elegante, esemplare valzer di Strauss e il tradizionale e virtuosistico ballo tradizionale, fatto di salti, di acrobazie, di invenzioni, di personali talenti, di varianti locali, che vanno a fondersi e tramutarsi in una invenzione che subito si fa tradizione: quella del ballo romagnolo, che non poco ha a che spartire con gli antichi balli delle campagne e della montagna (saltarello, trescone, furlana, monferrina) ma la cui peculiarità sta nella abilità di creare una nuova consuetudine accogliendo e adattando le suggestioni della contemporaneità attraverso la mediazione di un demiurgo d’eccezione: Carlo Brighi, detto Zaclèn.

Quando il grande antropologo Ernesto De Martino, oltre cinquant’anni fa, conduceva le sue anticipatrici e ineguagliate campagne di ricerca nel sud Italia, fissando, con l’ausilio del magnetofono e dell’etnomusicolgo presente nella sua équipe di ricerca, i canti e le musiche originali della espressività popolare, nelle campagne romagnole, unitamente a ricordi sbiaditi di saltarelli, di tresconi, di monferrine, si raccoglievano sorprendenti perplessità e amnesie circa la propria appartenenza musicale. Perché, nelle campagne come altrove, le musiche travolgenti di Zaclèn, delle altre orchestre e orchestrine coeve, poi di Secondo Casadei, suo erede e creatore di un vero e proprio genere musicale, fra le tante suggestioni della musica leggera, di quella trasmessa dalla radio e dalla televisione, delle mode musicali allora in voga, la musica da ballo considerata come ‘tradizionale’ era quella dei veglioni, delle feste dell’Unità, delle feste dei circoli politici, delle sagre, delle fiere, quella ormai ibrida e irresistibile, creata per il ballo e che non si poteva fare a meno di ballare, quella che unisce la musica al ballo in una vocazione etnica e romagnola. Tanto quella musica da ballo era penetrata ed era stata introiettata negli ambiti popolari da essere ormai riconosciuta come propria. Nella interpretazione e classificazione etnomusicologica la musica, così come la danza folklorica, identificano le espressioni del gruppo etnico di appartenenza e sono strettamente legate ad aspetti rituali ancora funzionali e vivi nella comunità. Il termine folkloristico indica in qualche modo un’operazione riduttiva e una decontestualizzazione rispetto alla tradizione originaria, che viene riproposta in una versione spettacolare, scollegata dall’ambito rituale e rielaborata in personali repertori. I quali possono comprendere tentativi di ricostruzione di versioni originali, rappresentazioni coreografiche in costume, esibizioni di danza sportiva. La definizione di ‘ballo liscio’, più propriamente legata ad ambiti urbani, è riferita a pratiche di danza, derivate dalle rispettive tradizioni , più propriamente riconducibili al ballo ambrosiano, al ballo emiliano, alla ‘Filuzzi’ bolognese. Carlo Brighi e Secondo Casadei sono stati e sono da considerarsi non tanto rappresentanti della musica folclorica piuttosto che di quella folkloristica romagnola ma i creatori di un vero e proprio genere musicale, oggi comunemente identificato come liscio ma che forse, in maniera più propria e pertinente, potremmo definire musica da ballo romagnola.

Quella che pur non antica ha radici profonde, quella che ha saputo coniugare e interpretare inclinazioni e propensioni musicali; quella che ha identificato la Romagna e, nel bene e ne male, ha contribuito alla sua identità locale, regionale, nazionale e universale. Quella di Carlo Brighi, Zaclèn, savignanese, quella di Secondo Casadei, savignanese, di cui andiamo orgogliosi.

Carlo Brighi morì il 2 novembre 1915 a Forlì dove è sepolto. Aveva scritto circa 1200 composizioni musicali. Oggi la sezione “Piancastelli” della Biblioteca Comunale di Forlì conserva il gruppo più consistente di composizioni di Carlo Brighi. Il fondo, donato dalla figlia Angelina, è strutturato in 21 raccolte di parti musicali contenenti 831 composizioni suddivise in 465 valzer, 194 polke, 141 mazurke, 19 manfrine, 10 galop, 1 saltarello, 1 quadriglia.

“Romagna Mia”, la canzone

È un giorno non precisato di quel 1954 che Secondo va a casa di suo cognato Emilio per fargli ascoltare un pezzo. E subito dopo un altro. Aveva l’abitudine di consultare gli amici prima di decidere cosa incidere o eseguire. Emilio, senza esitare, gli dice che preferisce il secondo. Lui gli dà ragione. Sceglie il brano che al cognato pareva più bello. Si trattava di “Romagna mia”. Leggi tutto ““Romagna Mia”, la canzone”

Il ballo

“Il ballo tipico Romagnolo (valzer, polca, mazurca) non è puramente romagnolo come base ma bensì come impostazione. Il valzer, la polca e la mazurca possono godere dell’appellativo di “Romagnoli” perché alle basi di questi sono state aggiunte variazioni prettamente romagnole”. (da “La Romagna nel Ballo, fra storia, tecnica  e leggenda”, del M° G. Cicognani). Leggi tutto “Il ballo”

Le origini

La tradizione della musica e del ballo in Romagna si delinea nella seconda metà del 1800 e il violinista Carlo Brighi (1853-1915) detto Zaclèn (anatroccolo) ne è considerato il capostipite, nel ruolo di compositore e capo di una delle più rinomate orchestre da ballo del tempo. Leggi tutto “Le origini”

Progetti di riscoperta, valorizzazione e innovazione

In ordine… casuale alcuni progetti di riscoperta e valorizzazione del liscio in tutte le sue forme!

Piccola Orchestra Zaclèn
La Piccola Orchestra Zaclèn nasce dalla volontà di fare rivivere il repertorio di Carlo Brighi, capace di fondere in modo straordinario le sonorità austriache e nordeuropee con quelle della musica popolare locale. L’ensemble ha svolto un’accurata ricerca sulle partiture manoscritte del violinista e compositore, ritenuto il capostipite della musica da ballo della Romagna.
Maggiori informazioni

Orchestra Romagna Nostra – Caleidorchestra
Progetto ideato da Marco Bartolini per la Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli, con la collaborazione di Mei, Liscio@Museum, Teatro Comunale di Gambettola, Teatro “Petrella” di Longiano, Teatro “Verdi” di Forlimpopoli, e il contributo di IBC Regione Emilia – Romagna e Provincia di Forlì – Cesena.
Maggiori informazioniVideo

L’Uva Grisa
L’Uva Grisa nasce a Bellaria Igea Marina (RN) nel 1981 come esperienza artistica, di ricerca e aggregazione intorno alla cultura tradizionale della Romagna. Il suo lavoro è rivolto alla conoscenza critica e alla pratica degli antichi repertori di musica, canto e danza; alla valorizzazione dei modi espressivi della cultura orale e le forme di socialità ad essi legate.
Maggiori informazioni

L’Orchestrina di Molto Agevole
Compagine composta da pregiatissimi elementi provenienti dal firmamento classico (Conservatorio di Cagliari, Ars Nova Ensemble, European Music Project Ulm) e rock underground (Afterhours, Calibro35, Mariposa, Hobocombo, Baustelle, Vinicio Capossela).
Maggiori informazioni

Secondo
Un progetto ideato da Claudio Zappi come tributo alla musica di Secondo Casadei, realizzato mischiando vari generi, jazz, rock, e altro…
Maggiori informazioni

Extraliscio
E’ la musica che balleranno nelle balere del futuro, è un suono attuale che ha le sue radici nella musica folkloristica di Secondo Casadei, che nasce in Romagna dalla penna del maestro Mirco Mariani, tra mellotron e primordiali drum machine, canzoni che arrivano alle nostre orecchie grazie alle voci di Mauro Ferrara e Moreno il Biondo, protagonisti indiscussi delle piste romagn…ole. In extraliscio l’elemento follia è sempre in allerta ed è forte la sensazione che da un momento all’altro la festa possa sfuggire di mano.
Maggiori informazioni

Dal Vangelo Secondo
Un ritorno alle radici riscoprendo le tradizioni musicali con i suoni originali dei primi decenni del secolo scorso. In repertorio brani di Secondo Casadei e altri compositori dell’epoca riproposti esclusivamente con strumenti acustici
Maggiori informazioni

Altre pubblicazioni

Elenco parziale altri volumi dedicati al folclore romagnolo, ai suoi protagonisti e al ballo popolare in Romagna.

Franco Dell’Amore, “Taca, Zaclèn!”. Le origini del ballo popolare in Romagna (1870-1915) nel repertorio di Carlo Brighi detto Zaclèn, Arnoldo Forni Editore, 1990. Sullo sfondo della Romagna musicale della seconda metà dell’Ottocento Franco Dell’Amore inserisce la vicenda umana e professionale di Carlo Brighi detto Zaclèn, musicista presumibilmente autodidatta, compositore e violinista, direttore di una delle più famose orchestre da ballo locali dell’epoca. La disamina del materiale in gran parte manoscritto conservato nel Fondo Carlo Brighi della Biblioteca Comunale di Forlì (21 raccolte di parti musicali per un totale di 831 composizioni) permette all’Autore di tracciare nelle linee fondamentali il repertorio, esemplificativo del sostrato folcloristico romagnolo, rappresentato da manfrine e saltarelli, e dell’apporto dei nuovi balli di coppia provenienti da Vienna. Rilevante attenzione è dedicata poi sia al ruolo svolto dalle Scuole Musicali Comunali che all’ancor perdurante influsso dei suonatori ambulanti e tradizionali e all’accresciuta possibilità di occasioni pubbliche di ballo. Da questo quadro emerge una realtà musicale molto viva ed eterogenea, “tipica” della Romagna e tuttora validamente operante, che si riassume in modo efficace nell’imperioso invito, rivolto dal pubblico romagnolo al proprio interprete preferito, ad “attaccare” a suonare: “Taca Zaclèn!”

Leandro Castellani, Lo Strauss della Romagna. Le avventure di Secondo Casadei, Camunia, 1989. Ricostruendo la storia di Secondo Casadei (1906-1971), lo Strauss della Romagna, Leandro Castellani ha scritto un’avvincente narrazione che è insieme biografia e quadro d’epoca. Castellani ripercorre l’avventuroso itinerario di Casadei, il re delle balere romagnole e il padre del nuovo folk postbellico, descrivendo la sua infanzia di apprendista sarto, la sua carriera di violinista e il suo successo come direttore/organizzatore di una grande orchestra-spettacolo. L’epopea affabile ed estrosa di Casadei viene inquadrata da Castellani negli anni del socialismo libertario romagnolo del primo dopoguerra, nel ventennio fascista e nel secondo dopoguerra col suo montante boom economico, ricavandone, grazie anche ad una serie di appassionate e gustose testimonianze, un vivace racconto sul costume italiano della prima metà del secolo.

Gianni Siroli, Dizionario delle orchestre romagnole. 100 anni di musica da ballo in Romagna, Walberti, 2006. “Questo dizionario è il frutto di tre anni di lavoro e di una passione per il mondo dello spettacolo che dura da una vita. A volte per gioco fra amici ci si chiedeva quante potevano essere state le orchestre in Romagna. Cominciava così la conta con un risultato sempre deluso dalla memoria che non superava i cinquanta nomi. In questo dizionario ne ho censito 750 fra orchestre e complessi, ma il numero è certamente superiore. Avrei dovuto iniziare questa ricerca anni prima, quando molti testimoni importanti erano ancora viventi e i protagonisti avevano ricordi più vicini. Non è stato certo un impegno facile ricostruire le loro storie oggi, tanto che se dovessi ricominciare non saprei da dove partire. Infatti rara è al BIBLIOGRAFIA che tratta l’argomento, gli articoli pubblicati dalla stampa esaltano momenti delle orchestre, ma pochi aiutano a ritrovarne le origini, i protagonisti spesso dimenticano un passato irrecuperabile e qualche volta vecchi rancori assopiti lasciano il posto a vuoti di memoria. È stato difficile quindi ottenere nomi, cognomi, strumenti musicali suonati, date e altro. È servita molta pazienza per mettere a confronto le informazioni ricevute e trarre notizie attendibili, considerando che i cambi sono stati frequenti, che spesso alcuni elementi hanno fatto parte di un’orchestra anche solo per una sostituzione o addirittura hanno suonato un solo brano in occasione di una serata, affermando però ancora oggi: “…io ho suonato con l’orchestra di…”. Spesso i nomi dei musicisti sono stati confusi o dimenticati, altre volte gli stessi capi orchestra non solo non ricordano la loro produzione discografica, ma neppure conservano una copia dei loro dischi. Per me è una grande soddisfazione aver dato alla stampa quest’opera nuova per l’editoria locale, con la promessa di continuare le ricerche e in una seconda edizione correggere i possibili errori aggiungendo le eventuali mancanze. Ma lo scopo principale di questo dizionario vuole essere soprattutto una sincera dimostrazione di stima e di affetto nei confronti dei veri protagonisti del mondo della musica da ballo, perchè quello “de sunadòr” è un lavoro importante e difficile, che non merita di essere dimenticato” (Gianni Siroli).

Mario Foschi, Taca Zaclòin. Un “paperino” all’inizio del liscio romagnolo, Tipografia Garattoni, 2002. C’è un “paperino” all’origine del liscio romagnolo. Il precursore di valzer, polke e mazurche, si chiama Carlo Brighi, Zoclòin appunto, anatroccolo, così soprannominato per la sua grande passione per la caccia alle anatre. Eccezionale suonatore di violino, autore di 1200 ballabili e di centinaia di partiture, primo violino al Bonci di Cesena a membro dell’orchestra diretta da Toscanini, Brighi può essere considerato l’antesignano di quel genere che ha fatto fortuna a partire da Secondo Casadei. La sua storia, che si intreccia intimamente con quella di Bellaria Igea Marina, è stata scandagliata in lungo e in largo dal lavoro di ricerca serio e approfondito compiuto da Mario Foschi. Questo libro permette di entrare nell’atmosfera di un paese e di un’epoca, descritti secondo passioni, storie e valori che a noi, figli di Internet e del “grande fratello”, appaiono ormai lontani anni luce, anche se la distanza cronologica non è abissale. Il “Capannone Brighi”, una sorta di ca’ di liscio ante litteram, che richiamò a Bellaria gli amanti del ballo da tutta la Romagna, nasce agli inizi del ‘900 e dà il via ad un impressionante fiorire di iniziative legate alla musica. Questo lavoro di Mario Foschi traccia per la prima volta una “storia della musica” bellariese intesa in senso lato, mettendo una dopo l’altra le figure dei protagonisti (oltre a Brighi, troviamo Andrea Legni e tante orchestrine e personaggi “minori”, anche se soprattutto dal punto di vista della notorietà), dei locali “cult” e dei vari veglioni, feste e festicciole che hanno popolato quasi un secolo di storia. Di un paese, insomma, che è cresciuto a pane e valzer. Si rimarrà colpiti dal leggere il lungo elenco di locali, osterie, sale danzanti, nate a Bellaria fra la fine dell’800 e gli anni ’70. Dal libro emerge anche un’altra storia: la musica sembra essere riuscita ad unire una generazione e a superare la divisione fra estate e inverno, rappresentando un antidodo a quel letargo invernale della città che oggi ha preso il sopravvento. Perché è vero che le balere davano il meglio nel periodo estivo ed avevano quindi una funzione di intrattenimento e di “promozione” della Bellaria turistica, ma è altrettanto vero che il ballo ha costituito un’occasione di incontro e di socializzazione (oltre che di “alleggerimento” di un’esistenza molto più dura di quella odierna) che anche nella stagione fredda non chiudeva i battenti.

Gianfranco Miro Gori, Guida alla Romagna di Secondo Casadei, Panozzo Editore, 2002. In principio era Zaclèn. Col suo poderoso violino inventò la musica popolare romagnola. Poi venne Secondo Casadei. Musicista, compositore, capo-orchestra, impresario portò a compimento l’opera di Zaclèn. Stabilì una tradizione. E la diffuse in Italia e nel mondo. Romagna mia, la sua canzone più famosa, rappresenta il perfetto connubio tra un uomo e la sua terra. La Romagna appunto. Dove si ballava il valzer al ritmo frenetico dei violini nella polvere delle aie e dei cameroni. La regione delle case del popolo e delle cameracce repubblicane. Un “pianeta” un po’ vero e un po’ “inventato dai suoi abitanti”. Consacrato alla religione dell’ospitalità e della politica. La Romagna popolare che, investita dal boom economico, ha fondato l’impero delle vacanze e del divertimento. E s’è scelta come simbolo il suo più famoso e feroce brigante: il Passatore. Questa guida racconta la Romagna di Secondo Casadei. Ma anche di Pascoli e Mussolini. Fellini e Guerra. Di sublimi poeti in versi, in immagini e in musica. Di cinici politicanti. E di oscuri popolani (braccianti, mezzadri, carrettieri, artigiani…). Che si batterono nelle fila delle prime grandi organizzazioni di massa. E ballarono il valzer con Zaclèn e Casadei. Ma non solo. Rivela anche in quali luoghi si può ritrovare, oggi, quella Romagna: la Romagna di una volta.

Emilio Vita (a cura di), Scusi, permette un ballo?, Edizioni Essegi, 1994. La musica e il ballo sono due tratti che caratterizzano ogni popolo, rendendolo unico e diverso, ma al tempo stesso, sono i linguaggi universali per eccellenza. Ritmo, melodia, suono non necessitano di traduzione come invece le parole del linguaggio verbale. Questa universalità fa sì che il ballo sia un facile collegamento tra i popoli, un buon mezzo per comunicare e conoscersi. Scusi permette un ballo? È strutturato in tre parti: nella prima affrontiamo la storia del ballo a livello antropologico, demologico e storico; nella seconda balliamo con nove regioni d’Italia testimoniando più o meno scientificamente i balli popolari delle varie zone; nel terzo prendiamo atto e documentiamo come il ballo da funzione magico-rituale si sia trasformato in attività sportiva. Il mondo del ballo sportivo è oggi organizzato su due distinti livelli con gestioni operative autonome. Amatoriale mediante una decina di federazioni che svolgono la loro attività attraverso centinaia di circoli. È qui che si inseriscono la CISBA, l’ASIBA, la CISB e la FIDAS. L’ANMB (Associazione Nazionale Maestri di Ballo) è invece l’associazione che tutela in maniera professionale il ballo sportivo. In conclusione quindi al di là del discorso musicologico l’intento della presente ricerca era e rimane, quello di sviluppare uno studio sul ballo popolare come fenomeno culturale che richiama l’attenzione delle discipline proprie delle scienze sociali e sportive. 

Altea Laura Donini, Una notte fra gli alberi. Il ballo popolare nella Romagna dell’Urgón Rubicone, Il Ponte Vecchio, 2002. Altea Laura Donini ricostruisce l’ambiente e la storia di “Una notte fra gli alberi”, il veglione che nel dopoguerra si organizzò per anni a Calisese e che costituì uno dei momenti memorabili del ballo popolare. E attraverso la memoria di quell’appuntamento -per il quale convoca testimoni e ricordi- offre un documento divertente e coinvolgente della cultura e del costume della Romagna di quel tempo.

Anna Tonelli (a cura di), Ballo e balli. La Romagna fra danza di corte e il ballo popolare, in Romagna Arte e Storia, anno 2005, n. 75, settembre-dicembre 2005. Contiene:
– Anna Tonelli, Il ballo fra storia e storiografia
– Elisa Tosi Brandi, Feste e balli a Rimini fra Medioevo e prima Età Moderna
– Sergio Monaldini, La danza teatrale tra XVI e XVII secolo
– Pier Giorgio Pasini, In ricordo del ballo angelico
– Ferruccio Farina, Danze e vacanze nella riviera di Rimini, 1873-1947
– Paolo Sobrero, Il profumo del sudore. Il ballo popolare in Romagna nello scenario di un secolo, 1850-1950
– Franco Dell’Amore, Liscio o jazz. L’influenza dell’America sulla musica da ballo romagnola 

Luca Nemi, L’azienda “liscio”: giri di valzer, di mazurke, di miliardi, in Romagna. Vicende e protagonisti, vol. terzo, Edizioni Edison, 1988.

Claudio Santini, Secondo Casadei, in I grandi di Romagna. Repertorio alfabetico dei romagnoli illustri dall’unità d’Italia ad oggi, Poligrafici Editoriale, 1990.

Riccardo Chiesa, Con Secondo Casadei la Romagna canta, in Rubiconia Acaademia dei Filopatridi, Quaderno XVIII – 1996, p. 55-67.